Le nubi di D'Aversa e quel futuro che all'improvviso diventa incerto

29.07.2020 22:55 di Niccolò Pasta Twitter:    Vedi letture
© foto di Massimiliano Vitez/Image Sport
Le nubi di D'Aversa e quel futuro che all'improvviso diventa incerto

"Io credo che ogni allenatore abbia sempre l'ambizione di migliorare. Sono legato contrattualmente al Parma, ora penso a chiudere la stagione nel migliore dei modi. Dopo faremo tutte le valutazioni del caso: bisogna ragionare su questi quattro anni, in cui abbiamo fatto qualcosa di importante. Mi auguro ci sia la volontà di migliorarsi, ma sono discorsi che si faranno alla fine con la proprietà.”

Ripartiamo da qui, dalle parole di Roberto D’Aversa nel post partita di ieri su Sky Sport. Il mister crociato ieri ha festeggiato la panchina numero centocinquanta con il Parma, a tre anni e mezzo di distanza dalla prima, quel Sudtirol-Parma del dicembre 2016 deciso da un gol di Manuel Nocciolini. In questi quasi quattro anni di cose ne sono successe. Il tecnico ducale ha guidato la risalita del Parma dalla Lega Pro alla Serie A, mantenendo la categoria con due stagioni molto diverse, seppur accomunate dall’obiettivo: una salvezza, tranquilla, raggiunta.

E’ aria di cambiamenti a Parma. L’era Al Mana è ogni giorno più vicina e l’avvento del Tycoon qatariota potrebbe portare a qualche burrascoso cambio, anche per la guida tecnica della squadra. Non nascondiamoci, in questi anni Roberto D’Aversa ne ha subite di ogni: non capita spesso di leggere tante critiche ad un tecnico, giovanissimo, che nel giro di tre anni ha consolidato una squadra abbracciata in Lega Pro nella parte sinistra della classifica di Serie A. Ad ogni sconfitta ci sono critiche al tecnico, che paga un gioco che non scalda i cuori dei tifosi. Eppure Roberto D’Aversa ha dimostrato più volte di essere un bravo allenatore e ha soprattutto dimostrato di avere grandi margini di crescita e di avere idee, talvolta anche geniali.

Analizziamo le ultime due stagioni: lo scorso anno, al ritorno in Serie A, quasi tutte le testate giornalistiche italiane davano per spacciato il Parma, destinato a tornare in B molto in fretta, soprattutto dopo il ko in Coppa Italia contro il Pisa. Era stata un’estate particolare, con il Calaiò-gate che aveva tenuto banco fino a Ferragosto, lasciando poco spazio di manovra sul mercato. D’Aversa e Faggiano, in poche settimane, hanno costruito una squadra che faceva del pragmatismo l’idea principale: poche idee ma buone, chiare e soprattutto vincenti. D’Aversa ha saputo modellare una squadra intelligente, capace di pungere e di chiudersi a riccio dopo il gol del vantaggio. Non il trionfo del bel calcio, ma nel calcio ciò che contano sono i risultati. E sempre lo scorso anno, il bellissimo Empoli di Andreazzoli, capace di impressionare per trame di gioco e schemi elaborati, è sceso in Serie B.

Quest’anno D’Aversa ha avuto sin dal ritiro di Prato allo Stelvio il nucleo principale del gruppo, cosa che gli ha permesso di modellare un Parma 2.0, più forte e con idee molto più elaborate del primo Parma in Serie A. E i risultati sono arrivati. Il Parma, con una squadra più dotata tecnicamente, ha ottenuto grandi risultati, giocando anche (a tratti) un bel calcio, che non sempre ha accompagnato i risultati positivi (ricordate Parma-Cagliari?). D’Aversa ha dato un’identità di gioco alla sua squadra, trasmettendo etica del lavoro e serietà al gruppo, e ottenendo da quasi tutti i singoli il massimo della carriera. D’Aversa ha reso di categoria giocatori che di categoria non erano mai stati: Gagliolo, Iacoponi, Scozzarella, Sepe, tutti giocatori che la A l’avevano vista per pochissimo, e che con il tecnico nativo di Stoccarda sono diventati vere e proprie colonne, oltre che ottimi giocatori di categoria. Ma non solo. D’Aversa ha saputo cavare il meglio anche da chi era dato per finito: Gervinho in primis, ma anche Juraj Kucka, finito nel dimenticatoio turco e reduce dalla miglior stagione della carriera. Per non parlare di capitan Alves, che a quasi quarant’anni ancora domina sotto tutti i punti di vista.

E dire che le difficoltà sono state molteplici, con infortuni perenni e rosa corta, che hanno messo alle strette D’Aversa e il suo staff, che hanno risposto presenti. Kucka prima punta, Kulusevski esterno (lui che, nelle giovanili, l’esterno mai l’aveva fatto), lo stesso slovacco (o Kurtic) a galleggiare più avanti rispetto alla cerniera formata da Hernani e Brugman (o Scozzarella), tutte intuizioni che hanno portato al Parma grandi risultati, e chiavi tattiche che hanno messo in difficoltà maestri della panchina italiana come Conte, con quel Kulusevski a disturbare Brozovic e di fatto ad annullare la manovra nerazzurra. Ma D’Aversa ha anche demeriti, perché due crolli così, come nelle ultime due stagioni, non sono un caso. La sfortuna ha inciso, e va sottolineato, ma forse il tecnico non ha saputo tenere alto quel livello di concentrazione necessario in A, nonostante la salvezza fosse ampiamente archiviata. Ed è qui che il tecnico deve lavorare maggiormente, sul D’Aversa motivatore, bravo sì, ma forse discontinuo. Certo è che il poco materiale tecnico dello scorso anno non ha aiutato, e una pandemia non capitava da diverso tempo, ma in entrambe le stagioni a Parma si è spento qualcosa, e D'Aversa non ha saputo subito riaccendere la spia. 

E dopo questa lunga premessa torniamo all’inizio, alle parole del Mister. Parole che, sinceramente, mi hanno sorpreso e hanno aperto scenari che io credevo impraticabili. Nemmeno troppo velatamente, il tecnico ha aperto ad un possibile addio a fine stagione, dando corda a coloro i quali reputano chiuso il ciclo dell’ex tecnico del Lanciano. Si è fatto tanto, tantissimo, ed è vero, ma perché lasciare proprio ora? Nuovi stimoli, il pensiero di una vera e propria chiusura di un ciclo, la necessità di reinventarsi, la voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo, tutti pensieri che staranno passando nella testa del tecnico, legato ancora al Parma fino al 2022. Ed è il discorso della crescita e degli obiettivi che lascia perplessi: il cambio di proprietà non arriva proprio in quest’ottica? Ancora novanta minuti di pallone e la situazione sarà più chiara, certo è che queste parole aprono scenari che fino a poco fa parevano irrealizzabili.