Buffon: “A Parma dovevo affermarmi, non volevo l’onta del ritorno a Carrara da rifiutato”

05.05.2026 18:27 di  Bartolomeo Bassi   vedi letture
Buffon: “A Parma dovevo affermarmi, non volevo l’onta del ritorno a Carrara da rifiutato”

A fianco di Mario Calabresi, giornalista e scrittore, l’ex portiere del Parma Gianluigi Buffon è intervenuto a Cronache di Spogliatoio per la prima puntata del nuovo format “Affini”. Durante la lunga chiacchierata, l’ex crociato ha anche ricordato i primi anni a Parma, passati tra il Maria Luigia e la voglia di affermarsi. Queste le sue parole.

Sull’arrivo a Parma:
“Volevo affermarmi al Parma per non subire l’onta di tornare a Carrara. Io volevo che i miei amici, a cui volevo tanto bene, dicessero in futuro ‘Ho giocato con Buffon da piccolo’. A Carrara stavo bene, però non volevo ritornare rifiutato dal Parma. Volevo diventare calciatore da subito”.

Le scarpe si legano sempre con il ginocchio a terra, vero Gigi?
“(Ride, ndr) Sì, è la prima cosa che mi ha insegnato il mio primo allenatore al Parma. è una cosa incredibile come certi insegnamenti, forse anche per l’età e ciò che rappresentano certe figure nella tua vita, ti restano per sempre. Lui mi ricordo che la prima volta che mi vide allacciare le scarpe nello spogliatoio, da seduto, mi disse ‘Ma no, cosa vedo! I veri calciatori non se le allacciano così’. Io gli chiesi come si facesse, e lui mi disse che dovevo alzarmi e appoggiare il piede sulla panca, e quella cosa mi rimase per sempre. Nello spogliatoio mi allacciai sempre le scarpe così”.

Come hai vissuto gli anni in “celletta”?
“Io ho fatto tre anni in collegio a Parma, al Maria Luigia. Noi ragazzi del Parma, i più piccoli, venivamo appoggiati lì. Quando si cresceva, sui 16 o 17 anni, si andava in una palazzina e si era indipendenti. Gli anni del collegio mi sono piaciuti, all’inizio era complicata. C’era il rispetto dovuto all’istitutore, che ci controllava anche di notte e si occupava di noi, ma anche per le regole. Una volta fatta amicizia poi è diventata una parentesi divertente della mia vita, era come un girone dantesco. A parte noi giocatori c’erano persone da ogni ceto sociale ed esperienza, c’erano situazioni raccapriccianti e divertenti. Non c’erano divisioni, ci si mischiava. Abbiamo alleggerito queste difficoltà”.

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