Cuesta: "Se tra una big e una medio-piccola ci sono nove gol, vince la big. Se ce n'è uno solo..."

20.05.2026 12:57 di  Adriano Thiene   vedi letture
Cuesta: "Se tra una big e una medio-piccola ci sono nove gol, vince la big. Se ce n'è uno solo..."

"La gente parla sempre di esperienza, esperienza, esperienza, ma per me quello che è al primo posto è la competenza. L'esperienza è utile, molto utile, ma per essere più competente", si apre così l'intervista di Carlos Cuesta ai microfoni di Alessia Tarquinio nel nuovo format TarquiTalks su Youtube. 

Parli sette lingue, corretto?
"Parlo italiano, spagnolo, catalano perché sono cresciuto a Maiorca. Poi per necessità inglese e un po' di francese e portoghese e qualche parola di altre lingue. Per me è la possibilità di aprire porte per creare rapporti, ho sentito che aiuta per arrivare di più nei cuori dei giocatori. Poi apriva porte di lavoro per realizzare il mio sogno che era lavorare nel calcio".

E quando ti arrabbi in che lingua parli?
"Dipende con chi mi arrabbio (ride ndr). A volte in inglese, ma spesso è in spagnolo".

Atletico Madrid e Arsenal:
"Due realtà molto importanti nella mia vita, dove sono stato tanti anni. Una grandissima parte della mia vita sportiva e della mia vita in generale. E' stato un piacere vedere la sfida di Champions, mi sono divertito perché hanno dato tanti spunti da allenatore. E poi c'era tanto talento e qualità individuale nei calciatori".

PSG e Bayern Monaco hanno fatto 9 gol in semifinale di Champions, ti sei divertito?
"Si, hanno fatto vedere tante cose a livello tattico, con tanti duelli individuali e tanta qualità dei giocatori. Hanno capacità e mentalità di andare avanti per la loro strada entrambe le squadre. Cambiare una mentalità è la cosa più difficile nel calcio, è un modo di vivere e di sentire, loro hanno quell'approccio perché gli permette di essere competitivi e vincenti. Se tra Bayern Monaco e una squadra di bassa classifica ci sono nove gol, in una partita che non hai potuto vedere, chi ha vinto? Mi risponderai quasi sicuramente il Bayern. E se c'è stato solo un gol? Forse può aver vinto anche l'altra. I giocatori hanno bisogno di una linea e di svilupparsi lì dentro, poi una settimana può essere grigio chiaro e la settimana dopo grigio scuro, ma non posso fare una settimana bianca e una nera, crei caos nei giocatori, non sono più a loro agio".

Come ti è venuto in mente di fare l'allenatore così giovane?
"Non ho scelto subito di fare l'allenatore, a quindici anni sia giocavo che allenavo. Ho fatto il mio percorso, avevo una vita normale. Ma il calcio era già quasi un'ossessione. Da calciatore non sarei arrivato a livelli alti, da allenatore ho visto qualche possibilità di arrivare da qualche parte. Ho fatto Scienze Motorie, magari pensavo di fare il professore o il giornalismo e pensavo a diverse possibilità. Poi ho deciso, voglio allenare. E mi sono chiesto cosa posso fare, così mi sono focalizzato sull'essere il più competente possibile e migliorare ogni giorno, poi imparare le lingue per aprirmi porte e poi non volevo crearmi alibi, volevo una rete di persone per crescere e che vedessero in me una persona con voglia di fare e migliorare". 

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