Si chiude l'era Cuesta e inizia la sfida di Gilardino: più che una rivoluzione, il Parma sembra aver scelto l'evoluzione di un'identità tattica già consolidata
Quando all’80’ di Parma-Genoa Pontus Almqvist ha firmato il gol che ha regalato ai gialloblù la prima vittoria del campionato di Serie A 2026-2027, la sensazione era che quella rete potesse finalmente spazzare via le nubi addensatesi sul cielo crociato. Dopo un avvio di stagione deludente, seppur in linea con quello dell’anno precedente, anche la posizione di Carlos Cuesta poteva apparire meno solida e la lunga sosta per gli impegni delle nazionali rischiava di trasformarsi in un periodo tutt’altro che sereno. Quel gol sembrava invece aver rimesso tutto in ordine: prima vittoria alla quinta giornata, proprio come lo scorso campionato, classifica fuori dalla zona retrocessione e tre settimane a disposizione per lavorare con tranquillità sul percorso di crescita più volte invocato dal tecnico. E invece...
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Domenica pomeriggio è arrivata la notizia più inattesa: le strade del Parma e di Carlos Cuesta si sono separate. Nel comunicato ufficiale il club ha spiegato che, “A seguito di un confronto interno tra società e allenatore, si è convenuto che non vi erano più i presupposti tra le parti per proseguire il rapporto professionale, in particolare in merito allo sviluppo del progetto sportivo”. Alla base della decisione ci sarebbero quindi differenti vedute sul futuro del percorso intrapreso. Si chiude così l’esperienza dell’allenatore spagnolo, durata circa un anno e mezzo, con una salvezza raggiunta con largo anticipo nella scorsa stagione. Un'avventura che lascia inevitabilmente spazio a giudizi differenti. Per alcuni Cuesta è stato un tecnico troppo prudente, interprete di un calcio poco spettacolare; per altri un allenatore pragmatico e intelligente, capace di adattarsi alle esigenze di una squadra chiamata a conquistare la permanenza in Serie A. Al di là delle opinioni, resta un dato evidente: soprattutto nella passata stagione il Parma ha mostrato compattezza, unità d’intenti e consapevolezza dei propri mezzi. Meriti che vanno riconosciuti a un tecnico giovane, alla prima esperienza da capo allenatore, ma apparso fin da subito preparato e credibile nel ruolo. L’avvio dell’attuale campionato è stato inoltre condizionato da diversi fattori. Il mercato ha forse consegnato qualcosa meno di quanto ci si aspettasse, o lo ha fatto in ritardo; durante il ritiro si è lavorato su nuove soluzioni tattiche poi accantonate in favore del ritorno alla difesa a tre; infine hanno pesato gli infortuni di Bernabé e Nicolussi Caviglia, assenze importanti nella zona nevralgica del campo.
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Se questa squadra sia in grado di esprimere un calcio diverso senza sacrificare i risultati, lo dirà soltanto il campo. Il futuro del Parma ha già un nome e un cognome: Alberto Gilardino. Il nuovo mister del Parma (ed ex attaccante crociato) è arrivato in città lunedì sera e ieri è arrivata l’ufficialità: ha firmato un contratto fino al termine della stagione 2026-2027, con opzione per le due annate successive. Gilardino occupa un posto speciale nella storia recente del club. Con la maglia gialloblù ha collezionato 116 presenze e 56 reti, lasciando in eredità ricordi indelebili: su tutti il gol dello 0-2 nello spareggio salvezza contro il Bologna del 18 giugno 2005 al Dall’Ara, una rete che contribuì a mantenere il Parma in Serie A. L’ultimo incrocio con i crociati sul campo risale invece alla sfida tra Spezia e Parma che sancì il ritorno dei ducali nella massima serie dopo il fallimento del 2015. In quella serata, l’ultima della sua carriera da calciatore, l’attaccante biellese fallì il rigore che avrebbe potuto riaprire la gara, prima del definitivo 2-0 che regalò al Parma la terza promozione consecutiva e completò la straordinaria risalita dalla Serie D.
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Oggi Gilardino torna a Parma da allenatore, e osservando il suo percorso emergono diversi punti di contatto con Cuesta: calcio pratico, organizzazione, intensità e grande attenzione alla fase difensiva. La sua identità tattica ruota, infatti, attorno alla difesa a tre, con il 3-5-2 e il 3-4-2-1 come sistemi di riferimento, gli stessi che hanno caratterizzato gran parte dell’esperienza del tecnico spagnolo. La scelta del club sembra dunque orientata alla continuità più che alla rivoluzione: preservare il lavoro svolto finora, cercando di aggiungere nuove soluzioni offensive e affidandosi a un allenatore che conosce già le dinamiche della Serie A. La speranza è che Gilardino allenatore riesca a regalare almeno una parte delle emozioni che Gilardino calciatore ha saputo lasciare in eredità. Perché, al di là dei nomi e dei moduli, la missione di quest’anno resta sempre la stessa: conquistare la salvezza il prima possibile.
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